ipogeo degli Scipioni
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NON è UN CIMITERO CRISTIANO: si cerca nel 1880 e 1883 di trovare una catacomba cristiana nei pressi. nel 1927 (adunanza del 9 dic.) si dice di ripulire un cimitero presso l 'ipogeo, ma non è mai identificato e la cosa non ha seguito nelle sedute successive.
(Sepulcrum Scipionum)
Tipologia funeraria
A camera funeraria sotterranea (ipogea) con ingresso monumentale in opera quadrata di peperino scavata ad una certa altezza dal piano stradale.
Probabilmente ricavato da un'antica cava di tufo.
Utilizzato dal 280 a.C. a non oltre il 100 a.C. dai membri della famiglia degli Scipioni delle branche dell'Africano, dell'Asiatico e dell'Ispanico (ma i tre capostipiti non vi trovarono sepoltura), conteneva circa 30 sarcofagi; ospitò anche le ceneri del poeta Ennio.
Riutilizzato per depositarvi le olle cinerarie di alcuni esponenti dei Cornelii Lentuli in epoca Claudio - Neroniana.
Ubicazione
Anticamente situato su un diverticolo che congiungeva via Appia a via Latina.
Oggi l'ingresso è in via di Porta San Sebastiano, 9; oltre che dalla via Appia si accede all'area dal Parco degli Scipioni (via Latina,10).
Visite
Da molti anni il sito non è visitabile.
La scoperta
Livio in Ab Urbe Condita, Liber XXXVIII parla diffusamente di Scipione l'Africano e in XXXVIII.56 scrive del suo luogo di sepoltura e del sepolcro degli Scipioni fuori porta Capena.
Essendo la famiglia tra le più antiche e illustri di Roma il sepolcro era uno dei più importanti di Roma e Cicerone lo posiziona, assieme a quelli di Calatino, dei Servilii e dei Metelli, appena fuori di porta Capena, sulla via Appia (Cicero Tusc. I.13).
Sulla via Appia numerosissimi sono i mausolei e per secoli si fecero congetture sulla reale ubicazione del monumento; certo non si sospettava la completa assenza di una qualche grandiosa rovina esterna; l'ipogeo degli Scipioni venne scoperto in parte nel 1614 ed in parte nel 1780.
Il monumento venne acquisito alla città nel 1880 su suggerimento del Lanciani ed era allora liberamente visitabile, al costo di 25 centesimi.
La prima scoperta nel XVII secolo viene documentata dall'epigrafista Giacomo Sirmondo nel 1617; vennero trovati due sarcofagi, quello di Lucio Cornelio Scipione, questore nel 167 a.C., che non venne danneggiato, ed il sarcofago di Lucio Cornelio figlio di Barbato console nel 259 a.C., che venne fatto a pezzi e la cui iscrizione venne venduta ad un tagliatore di pietre vicino Ponte Rotto; la lastra venne acquistata da Agostini per 20 scudi e da questi ceduta al Barberini che la inserì nel muro della scala a chiocciola del suo palazzo,vicino alla porta della biblioteca.
La seconda scoperta avvenne nel XVIII secolo quando gli allora proprietari della vigna al cui interno si trovava l'ipogeo, i fratelli Sassi, nel Maggio 1780 presero ad ampliare la loro cantina per i vini e trovarono un accesso all'ipogeo.
Lanciani scrive che non è dato di conoscere le motivazioni che portarono i due fratelli Sassi a porre deliberatamente in essere la distruzione del sito e di ciò che vi era contenuto né come sia stato possibile che il papa Pio VI, amante delle antichità, permise tale atto o lo lasciò quanto meno impunito; stà di fatto che, con buona pace dei luoghi comuni su Vandali e popolazioni affini, i sarcofagi furono tutti fatti a pezzi, le parti iscritte traslate al vaticano, le strutture della cripta vennero alterate, tutti i corredi funerari dispersi (così ad esempio un anello con sigillo riportante una Vittoria venne venduto al francese Luis Dutens e da questi passò a Lord Beverly), le copie degli originali epitaffi ricollocate nei luoghi sbagliati (furono risistemate nel 1926, quando il sepolcro venne anche restaurato); le ossa degli Scipioni vennero disperse ai quattro venti, tutte, ad eccezione di quelle di L. Cornelio Scipione figlio di Barbato che, per intervento di Angelo Quirini senatore di Venezia, vennero riposte in un'urna di marmo e conservate nella villa dell'Alticchiero, vicino Padova.
Un poco diversamente ne parla nel 1783 Piranesi (o meglio il figlio), in epoca praticamente contemporanea alla scoperta, e sotto lo stesso Papa (e quindi rimanendo forse lievemente condizionato), ipotizzando antiche precedenti distruzioni; pur tuttavia conferma che i due fratelli Sassi, entrambi sacerdoti, ed un loro giovin nipote, volendo ampliare i sotterranei di un loro casino, scoprirono due lastre in peperino incise ed una testa sempre in peperino; avvisato l'abate Giambattista Visconti, commissario delle antichità, questi chiese al Papa il permesso di intraprendere scavi a sue spese, dando adeguata ricompensa ai fratelli proprietari del luogo; viene anche citato l'anello con impressa la Vittoria che il Papa donò a monsieur Luis Dutens.
Anche Hülsen, a cui si devono le trascrizioni nel CIL delle epigrafi del sepolcro, sosteneva che molti danni vennero inferti nel IV secolo.
descrizione del sito
A fianco all'Appia Antica è il colle chiamato Clivo di Marte sotto cui si trova l'ipogeo.
In questo luogo in epoca Repubblicana antica venne realizzato un diverticolo che collegava la via Appia alla vicina via Latina, la cui pavimentazione era ancora visibile ai tempi di Lanciani nei pressi delle due strade (non sò oggi cosa ne sia rimasto); la strada era carrozzabile e seguiva la base di una cresta rocciosa alta 3 - 5 metri ed in parte vi venne anche scavata e lungo questa, nel costone tufaceo, vennero aperte una o più cave di tufo.
Una di queste cave, probabilmente proprietà degli Scipioni, venne riadattata a loro tomba di famiglia all'inizio del III secolo prima di Cristo, intorno al 280 a.C., evidentemente in conseguenza dell'apertura dell'importante via Appia, che avvenne nel 312 a.C.; si pensa che originariamente fosse una cava di tufo considerando l'irregolarità della pianta degli scavi che se fossero stati eseguiti per il sepolcro sarebbero stati più regolari.
I corridoi della cava vennero parzialmente rimodellati; il basso soffitto dell'ipogeo è sorretto da quattro pilastri di roccia, due maggiori verso il retro della struttura e due più ridotti ed irregolari verso l'ingresso, lasciati onde consentire la praticabilità dello scavo senza avere cedimenti; la loro forma è lontana, secondo il Lanciani, dalla regolarità che appare nelle incisioni del Piranesi e sempre Lanciani asserisce che la mappa del Piranesi fosse in talune parti erronea.
Approssimativamente quindi le colonne suddividono lo spazio interno in corridoi paralleli a cui si intersecano perpendicolarmente altri corridoi.
L'intera facciata era realizzata in opera quadrata di peperino (pietra albana); al momento della scoperta sopra l'arcata di ingresso era ancora presente il resto di una semicolonna presumibimente ionica (Nibby) (dorica?) (Piranesi) con base attica; la base attica e le statue vennero probabilmente aggiunte nel II secolo a.C. durante lavori di ristrutturazione del monumento attribuiti a Scipione l'Emilano.
Secondo una possibile ricostruzione di Filippo Coarelli la facciata si presentava con un ampio podio in cui erano tre archi in conci di tufo di cui il centrale era l'ingresso alla camera, quello a destra l'ingresso all'ampliamento e quello a sinistra era cieco; sopra il podio era la facciata ornata da semicolonne tra cui trovavano poste le statue dell'Africano, dell'Asiatico e del poeta Ennio.
Dell'ingresso monumentale restano oggi pochi ruderi.
Secondo la ricostruzione del Piranesi guardando il costone, sulla destra era l'ingresso ornato da un arco e sollevato dal piano della strada che doveva esser l'ingresso ufficiale al sepolcro (Piranesi Tomo 5 Tavola I, lettera C).
Sulla sinistra di questo era un ingresso all'altezza della strada (Piranesi Tomo 5 Tavola I, lettera E), privo di ornamenti e che doveva normalmente restar murato; era questo l'originario accesso alla cava, talvolta riutilizzato per portare all'interno della camera i sarcofagi ricavati da un sol pezzo di peperino, in quanto più agevolmente praticabile dell'ingresso principale.
http://www.bandb-rome.it/hypogeum_scipionum.html